E LA COSTITUZIONE ?
Monti chiede ora, forse un po’ in ritardo, ha avuto bisogno di elaborare l’esito delle presidenziali francesi per ricordarsi di qualche basilare nozione di economia, di essere autorizzato a spendere, certo lui dice :” esentare le spese per investimenti dai vincoli dei trattati sul bilancio e dal Fiscal Compact” ma la sostanza non cambia, per far ripartire l’economia.
Anni di sacrifici inutili, imposti dalla miope grettezza della Bundesbank, dalla criminale malizia di Wall Street e dalla sua degna consorella londinese, la City, a scapito della stessa crescita economica, della possibilità di una ripresa.
Bene, siamo al capolinea. Si cambia. Monti, dopo le elezioni francesi e quelle amministrative nostrane che hanno praticamente azzerato il PDL e il Terzo Polo, a proposito, a che titolo il Bel Casini parteciperà ai prossimi famigerati vertici ABC titolo personale immagino, visto il nullo seguito nel paese di cui gode, o cambia marcia o se ne va.
E se chiede di poter investire sia coerente, rimuova l’infame vincolo di bilancio che macchia la nostra carta costituzionale. P.S. chi ritenendosi socialista o comunque di sinistra vedeva in Casini un interlocutore strategico, un possibile alleato, tragga le dovute conseguenze da questo voto. Lasci ad altri il compito di elaborare le strategie politiche. E’ meglio . Pure per lui.
LA "CRESCITA" INFELICE
Concedersi un tour dei musei (nel caso specifico, triestini) è una maniera intelligente e piacevole di impiegare le ore libere del fine settimana. Si scoprono cose nuove, se ne riscoprono altre che – complici lo scorrere degli anni e impieghi niente affatto stimolanti – avevamo purtroppo dimenticato: la dolorosa magia del pittore Arturo Fittke, l’internazionalismo (culturale) della borghesia giuliana dell’Ottocento, l’umorismo pungente che insaporisce studi preparatori e disegni del Tiepolo. A chi afferma, con arrogante superficialità, che “con la cultura non si mangia” vien facile rispondere, rimirando un ritratto di Veruda: non di solo pane vive l’uomo.
IL COLLO FLESSIBILE DEL MOSTRO SPREAD
Dalle onde dei canali mediatici rispunta il lunghissimo collo del mostro spread, e il pubblico italiano, colto alla sprovvista, è preso dal panico. Lo sbigottimento è comprensibile: pareva che, dopo una fiera lotta, gli esorcismi di Mario Monti avessero ricacciato la bestia negli abissi, e invece eccola che torna a levarsi, superando la fatidica quota 400 (punti di differenziale).
Cosa succederà adesso? E’ presto detto: ci sarà, a breve, l’ennesima manovra “lacrime e sangue” (nostro) – la quarta in meno di un anno, senza contare le controriforme che stanno demolendo, pezzo dopo pezzo, l’edificio scricchiolante del welfare italiano. Ingiustificato allarmismo? Mica tanto: la sensazione di déjà vu è fortissima. Lo scorso anno, in primavera, alle indiscrezioni fatte filtrare dall’Europa su una manovra correttiva dei conti pubblici (la prima!), il “nostro” Tremonti reagì con un’alzata di spalle: la situazione italiana è pienamente sotto controllo, non c’è bisogno di alcuna correzione… i cittadini possono dormire tranquilli. Infatti rimasero in letargo, ma il risveglio estivo fu assai brusco. Cos’era capitato, nel frattempo? Semplice a dirsi: si era “misteriosamente” destata una creatura di cui la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno sospettava l’esistenza - lo spread, cioè il differenziale tra il tasso di interesse pagato ai possessori del BTP decennale e quello garantito dal Bund tedesco (sempre a 10 anni). Inutile inquietarci pel fatto che la Germania viene considerata “misura di tutte le cose”, ed esempio di affidabilità: le ragioni stanno scritte nella storia, nostra e loro. La questione vera è che la crescita dei tassi comporta un aggravio per il bilancio statale, e soprattutto espone il Paese al ricatto dei (grandi) creditori stranieri, che – con la scusa degli “alti rischi” legati ai titoli in vendita – possono imporre all’emittente ogni genere di condizioni, e persino determinarne la politica interna. Insomma, non ci fosse stato, lo spread sarebbe convenuto crearlo – o modificarlo geneticamente, trasformando un indicatore abbastanza innocuo (e perciò poco noto alla cittadinanza) in un’efficace e temutissima arma di pressione psicologica. Come dicono i giuristi, “valga il vero”: dall’inizio dei tempi fino agli ultimi mesi del 2008 il differenziale riposa quietamente sotto i 100 punti (+ 1% sui titoli tedeschi); poi, tra l’autunno e l’inverno, si arrampica fino a quota 150, ma in primavera ridiscende, e al principio del 2010 – mentre in Grecia imperversa la crisi - è ormai ritornato al punto di partenza. Seguono alti e bassi (tocca i 200 punti nell’autunno 2010, ma all’arrivo della bella stagione è di nuovo a cuccia, sotto quota 130), finché, ai primi di maggio, lo scenario muta radicalmente, e parte una vertiginosa scalata, che i media raccontano in diretta con enfasi e strilli. Improvvisamente lo spread lo conoscono tutti, emerge dai discorsi al bar, divora le prime pagine – e finisce per giustificare qualsivoglia imposizione, qualsiasi scelta. Diventa “il giudizio dei mercati”, un’entità forse metafisica ma sempre in mezzo a noi, e che mostra predilezione per i sacrifici cruenti. La manovra di giugno-luglio 2011 non soddisfa, anche perché verrà cancellata e riscritta innumerevoli volte: al principio di agosto, il differenziale sfiora quota 400, e allora tocca porre mano ad una nuova stangata, cortesemente “richiesta” dai Draghi della BCE. Per una decina di giorni le acque paiono calmarsi, ma è settembre nero: i balbettii di Berlusconi, tra l’altro in perenne lite col suo ministro delle finanze, non tranquillizzano più i mercati (cioè banche d’affari e fondi di investimento), e la belva si scatena, conquistando, a novembre, la vetta 500. Il destino dell’esecutivo è segnato: troppo pasticcioni per seguire le indicazioni alla lettera, gli avventurieri del centro-destra vengono sostituiti dai c.d. “tecnici”, uomini di fiducia delle banche d’affari americane e delle istituzioni finanziarie sovranazionali. Al cavaliere vengono addossate più colpe di quante ne abbia (e sono già tantissime); quelle restanti sono suddivise “equamente” tra noi cittadini, che avremmo vissuto – tutti – al di sopra delle nostre possibilità. Napolitano ci mette la faccia, l’aria grave e la retorica delle grandi occasioni: il professor Monti salverà l’Italia, ma al prezzo di austerità e rinunce. In sottofondo, il solito ritornello: there is no alternative. La ruota incomincia a macinare pensioni e diritti, ma lo spread non si concede settimane bianche: ci osserva dall’alto del suo collo flessibile, controllando che le “misure di risanamento” decise dalla BCE vengano messe in pratica e che i partiti, già abbondantemente screditati, non sollevino obiezioni di sorta. Per quasi due mesi, dopo l’avvicendamento, il pressing speculativo non si allenta: trattasi tuttavia, per l’esecutivo, di “fuoco amico”, che serve ad ammorbidire le critiche – di per sé blande - provenienti prima da una destra senza futuro (parlamentari e capetti ex AN allontanati dalla greppia) e successivamente dalla c.d. “ sinistra” parlamentare. Una volta chiaro che la nuova maggioranza è solida, e che si possono massacrare i pensionati impunemente, la tensione cala, e lo spread con essa: da febbraio la discesa sembra inarrestabile, e a metà marzo siamo sotto i 300 punti. Allarme rientrato? A sentire i giornali radio, pare proprio di sì: assillati da mille altre preoccupazioni (sta per passare la controriforma del lavoro, e l’IMU si staglia all’orizzonte), gli italiani quasi si scordano del mostro in agguato. Lui, però, (e chi lo tiene al guinzaglio) non si dimentica di noi, e nell’ultimo spicchio di quaresima riprende a ruggire, oltrepassando – è notizia di questi giorni – la soglia dei 400 punti. Sarà di sicuro un caso, ma l’arrampicata ha acquistato velocità dopo che si erano diffuse voci[1] su una prossima manovra aggiuntiva, la cui necessità è stata negata da Monti Monti. Oramai, agli orecchi allenati, queste rassicurazioni suonano come una condanna capitale: il premier copia le dichiarazioni del quasi omonimo Tremonti, con la differenza che lui, forse, la sa più lunga. Tocca al semisconosciuto ministro Catania, a Ballarò (10 aprile), smentire diplomaticamente la smentita, dopo aver osservato che eventuali decisioni non dipenderanno dal governo e che, comunque, “senza la cura Monti saremmo come la Grecia, o peggio”. L’argomento Grecia, si sa, chiude ogni discussione – e non dubitiamo che, vista la sua collaudata efficacia, sarà adoperato senza parsimonia, nei mesi a venire. Bisogna d’altra parte ammettere che, per quanto ripetitiva (è basata su tre frasi da noi citate, più qualche svogliato richiamo a “riforme”, “flessibilità” e “crescita”), la strategia comunicativa dei montiani è eccellente, poiché pone l’interlocutore di fronte all’alternativa secca tra penitenza ed ira di Dio. Attendiamoci, dunque, l’ennesima correzione dei conti pubblici: dopotutto, come ricordava qualche commentatore economico tempo fa, le istruzioni della BCE non sono state eseguite fino in fondo. C’erano gli stipendi dei funzionari pubblici da tagliare, “se necessario” – e proprio da questa misura si ripartirà, per “tranquillizzare i mercati” (altra formula molto in voga). Nella vicina Slovenia i salari pubblici sono stati appena ridotti del 7%, in Spagna Rajoy aveva già provveduto: non crederemo mica che la nostra sia una penisola felice! In un secondo momento, pagheranno dazio i lavoratori privati (mai penalizzare le categorie tutte insieme: divide et impera, consiglia il saggio), poi di nuovo i pensionati, e così via. Il risultato sarà la paralisi economica, cioè la Grecia, che sostengono – con sovrano sprezzo del ridicolo – di voler evitare. Lo spread, allungando e piegando il collo a comando, veglierà sull’attuazione del piano; e se all’utile si può unire il dilettevole (cioè l’occasione di guadagni facili per gli speculatori[2]), tanto meglio. In effetti, sarebbe interessante confrontare le oscillazioni del differenziale BTP-Bund con il calendario delle emissioni dei Titoli di Stato italiani[3], ma avendo ben presente che le cifre (milionarie) che si possono intascare sfruttando accortamente la tempistica sono spiccioli a paragone delle opportunità che si stanno aprendo grazie alla devastazione dello Stato sociale: acqua, sanità, previdenza ed istruzione “privatizzate” hanno un valore incalcolabile – sempre ammesso che, in futuro, impiegati, operai e pensionati possano permettersi un letto d’ospedale. Gridiamo al complotto? Macché: stiamo solo osservando, con crescente mestizia, la realtà che abbiamo sotto gli occhi – una realtà in cui gli investitori planetari non hanno alcuna esigenza di “complottare” di nascosto, visto che, onnipotenti come sono, possono tranquillamente architettare la loro soluzione finale alla luce del sole.
[1] “Raccolte” dal Financial Times nell’edizione del 3 aprile. [2] Da Repubblica online dell’11 aprile: “Lo spread cala, ma gli effetti della crisi e del martedì nero delle Borse si specchiano nell'asta Bot del Tesoro che ha collocato 11 miliardi di euro con tassi in rialzo. E' andata meglio per le scadenze a breve: sui due mesi sono stati venduti 3 miliardi con rendimento in salita all'1,249%, i titoli a 12 mesi, con scadenza aprile 2013, hanno registrato un tasso quasi raddoppiato al 2,84% dall'1,492%”. [3] Secondo le informazioni reperibili sul sito online del Ministero, il nuovo balzo verso l’alto ha preceduto di pochi giorni tre aste previste per il 24, 27 e 28 marzo. COSA VOGLIONO
Notizia di oggi, l’FMI, dopo approfondite valutazioni, scopre che la popolazione sta progressivamente invecchiando, pertanto il sistema del Welfare è a rischio. Il rimedio è semplice : aumentare l’età pensionabile, ma non è già aumentata ? per rimettere il sistema in equilibrio. Limpido. Non si può non complimentarsi con menti così geniali da riuscire ad elaborare tali pensieri. I lavoratori che in questi trent’anni si sono arricchiti come dei sibariti vista la progressiva liberalizzazione del mercato del lavoro, viziati, presi dai divertimenti tipici di un alto tenore di vita, si sono dimenticati di figliare, pertanto verranno puniti di questa fatale dimenticanza con anni di lavoro forzato in più. Ecco il Vangelo Liberista. Ecco la Tesi che uno dei profeti del Dio Capitale sta portando avanti. LA CRISI ? COLPA DEI LAVORATORI. I liberisti vogliono che a pagare delle loro malefatte siano i lavoratori . E stanno riuscendo a mettere in pratica questo loro per nient’ affatto segreto desiderio grazie al fatto che, dopo l’eliminazione della Politica, quella alta, quella capace di produrre la nostra Costituzione, che si cerca di stravolgere con nefandezze normative come quella del pareggio di bilancio, lo Statuto dei Lavoratori che si vuole svuotare modificano l’art. 18, hanno piazzato i loro uomini ai vertici dello Stato. Basta con Monti. Fuori i mercanti dal tempio. E’ giunto il tempo per un nuovo vangelo. Quello di sinistra. LE CONFESSIONI DI UN ITALIANO (ALL'ESTERO)
Ma come l’hanno programmato il professor Monti, in Goldman Sachs? Ballista in patria (ammesso che per un funzionario dell’Internazionale capitalista sia lecito parlare di “patria”), si trasforma, quando va all’estero, nella macchina della verità – ma solo se l’interlocutore è il padrone di casa o, perlomeno, un’autorità straniera. Ha esordito dicendo, il beneamato podestà, che Cina ed Unione Europea sono oggi assai più vicine (chiedere ai cittadini greci per conferma); indi, si è cimentato in una critica del capitalismo che da uno come lui, liberista fino al midollo, non ci aspettavamo davvero. Sostiene Monti che da quando, con la rovina dell’URSS, il sistema capitalistico “è diventato dominante si è rilassato e ha visto troppo predominio del capitale e dell’impresa sul lavoro e sui settori pubblici”; e, ancora, che a generare l’attuale crisi in America e in Europa è stata “l’eccessiva rilassatezza” sulle regole da rispettare.
Un Monti eccessivamente rilassato, o addirittura “anticapitalista”, come titola beffardamente il Fatto Quotidiano di domenica? Di sicuro, autore di un’ammissione sconcertante, che va ben al di là delle prudenti dichiarazioni rese nei mesi precedenti all’assunzione della carica presidenziale, e non può essere liquidata come un “pesce d’aprile” in agrodolce. La parola chiave è l’aggettivo “rilassato” che, da solo, vale un saggio: in buona sostanza, il premier conferma la tesi di noi “complottisti”, secondo la quale lo sviluppo dello Stato sociale in Europa occidentale ed il contemporaneo ampliamento dei diritti dei lavoratori (seconda metà del XX° secolo) sono stati favoriti – anzi: resi possibili – dal timore, serpeggiante tra le elite economiche, che in caso di confronto est-ovest la classe operaia del continente si schierasse “dalla parte sbagliata”. Si trattava, dunque, di comprare la fedeltà dei ceti subalterni, facendo loro delle concessioni che li legassero al carro dell’Occidente “liberaldemocratico”: le ingenti spese per la creazione ed il mantenimento poi del welfare vennero contabilizzate alla voce investimenti. La crisi del blocco comunista, esplosa nei primi anni ’80, cambia le regole d’ingaggio: contando sull’inerzia sovietica, Margaret Thatcher schiena il sindacato inglese, e dimostra al mondo – vale a dire ai detentori del capitale – che tornare indietro si può. Esperimento riuscito! Con l’implosione dell’URSS lo Stato sociale diviene un lusso, che il capitalismo non ha più nessuna intenzione di permettersi: inizia così, all’alba degli anni ’90, la fase di rientro. Distrutta e (rapidamente) colonizzata la Russia , il giocatore capitalista si rilassa, e comincia a pensare a come spendere la vincita. Azzerare il pubblico sembra una strategia remunerativa, da perseguire con ferrea determinazione: dopo un lavoro di mina durato quasi due decenni, la crisi si rivela l’arma perfetta per far saltare le mura del welfare e libera(lizza)re la città assediata. Più che un’eccessiva rilassatezza è stato il cosciente ripudio delle regole a produrre la situazione attuale – ma, nel suo complesso, l’analisi montiana è corretta e condivisibile: l’abbattimento del muro di Berlino funge da premessa per le demolizioni contemporanee. Corollario: nel mutato clima socioeconomico, le uniche “riforme” consentite – ed anzi, imprescindibili – sono quelle peggiorative, cui va riconosciuto anche un valore simbolico-educativo. La domanda che sorge spontanea è la seguente: perché questa confessione (che, come ben sanno i giuristi, è la regina delle prove) in terra cinese? Piaggeria, un tentativo di captatio benevolentiae nei confronti dei dirigenti di un partito rimasto nominalmente comunista? L’ipotesi non convince appieno: per quanto la multinazionale-Cina rivaleggi oggidì con l’Occidente, l’ideologia di riferimento dei due contendenti è la medesima. Potrebbe piuttosto trattarsi di una mossa distensiva: rivolgendosi ai capi cinesi non tanto nelle vesti di primo ministro italiano, quanto in quelle – ben più “autorevoli” – di alto esponente del finanzcapitalismo anglosassone, Monti avrebbe assicurato, in pratica, che la parte da lui rappresentata è alla ricerca di un compromesso, dopo le tensioni dell’ultimo periodo, e che gli interessi statunitensi non sono in contrasto insanabile con quelli del gigante asiatico – il quale potrà proseguire il proprio cammino senza particolari ostacoli. L’omesso richiamo ai “diritti umani” – assurti, di recente, ad autentico grido di battaglia dei capitalcrociati occidentali – non sarebbe sintomo di opportunismo o mera dimenticanza, ma, al contrario, un segnale in codice per l’establishment della Repubblica Popolare, al pari dell’enfasi posta sullo svuotamento in corso dei diritti dei lavoratori. In un momento in cui, dopo decenni di sottomissione, gli operai cinesi provano ad organizzarsi per ottenere condizioni di vita decenti, l’avallo europeo ad un sistema basato sullo sfruttamento della mano d’opera è un prezioso argomento propagandistico offerto al governo di Pechino per uso interno. Lette in questi termini, le esternazioni asiatiche su riforme strutturali, consolidamento di bilancio, liberalizzazioni, riforma delle pensioni e del lavoro acquistano senso, ed equivalgono pressappoco a dire: stiamo adottando il vostro modello, ma non dovete preoccuparvi troppo, perché ormai vi consideriamo nostri pari, e vi faremo concorrenza leale. Anche la frase in apparenza cerchiobottista dedicata a Germania e USA (“Siamo stati molto tedeschi nell'applicazione della disciplina di bilancio, ma eravamo più vicini alle preoccupazioni di Stati Uniti, Asia e Fmi nel chiedere con urgenza all'Europa di agire collettivamente per meglio equipaggiarsi contro le crisi finanziarie”) mira a rassicurare sul fatto che l’Europa non farà scelte strategiche autonome, ma continuerà a seguire con docilità la corrente: il predominio tedesco è solo un’increspatura sulla superficie del mare, un accidente senza rilievo; la fedeltà al globalismo è fuori discussione. E’ troppo presto per stabilire se l’ambasceria abbia avuto successo oppure no: i cinesi, quando assentono col capo, vogliono soltanto indicare che stanno ascoltando attentamente, e le prime reazioni governative sono improntate ad un’educata genericità. I messaggi lanciati dal viaggiatore agli italiani rimasti a casa sono invece il solito valium: l’affermazione secondo cui la crisi dell’Eurozona sarebbe “superata” non trova riscontro nei fatti, ed asserire che pagare più tasse sia sempre “meglio che finire come la Grecia ” è un nonsenso, visto che proprio l’aumento dell’imposizione fiscale, assieme ad insostenibili tagli reddituali, ha schiacciato la domanda ellenica, spedendo in orbita il debito pubblico. In verità, il drastico calo dei consumi da parte degli italiani – certificato dall’Istat – testimonia che l’austerità napolitan-montiana è il mezzo più veloce per raggiungere Atene (o Lisbona). Se non altro, però, l’ottimismo a buon mercato del premier a qualcosa è servito: a disinnescare l’umida miccia bersaniana. Dopo giorni di musi lunghi, il segretario del PD ritorna a mostrarsi conciliante: quella del lavoro sarebbe “una buona riforma, se si corregge qualche aspetto”, commenta, prima di aggiungere “noi abbiamo le nostre idee e non accetto da nessuno che si dica che siamo agli ordini del sindacato. Noi quel testo (con il reintegro per i licenziamenti economici ndr) lo voteremo.” I pantaloni, insomma, sono già sbottonati: in cambio di qualche concessione di facciata (la norma, in fin dei conti, è ancora da scrivere: il c.d. “disegno di legge” che gira in questi giorni in rete è nient’altro che una relazione), i democratici diranno ancora una volta di sì all’esecutivo Monti. Dopo tutto, è un segno di coerenza: non avrebbe molto senso “incaponirsi” sulla difesa dei lavoratori dipendenti dopo aver abbandonato i pensionati al loro (gramo) destino. Invero, la dirigenza piddina assomiglia sempre più a quegli ubriaconi che, dopo una notte di bagordi, maledicono al risveglio le bettole e il vino, e spergiurano, fra i lamenti, di non berne più nemmeno un goccio – ma la sera successiva sono di nuovo seduti al bancone, col bicchiere in mano. Anche il pensiero unico liberista, come l’alcool e il fumo, dà assuefazione. Tocca domandarsi, in conclusione, cosa farà la Sinistra : riuscirà finalmente a trovare la necessaria compattezza, o i suoi mille rivoli seguiteranno ad impegnarsi, ciascuno per conto suo, in scaramucce senza seguito? Vedremo tra pochi giorni se la manifestazione Occupyamo Piazza Affari è servita a qualcosa, e se Vendola – messo alla porta dal PD – ha davvero voglia di contribuire alla nascita del Quarto Polo… LA PULZELLA DEL FMI SPOSERA' KEYNES?
Finalmente ce l’hanno comunicato in via (semi)ufficiale: è tutta colpa della Merkel e dei tedeschi se le cose vanno a rotoli - oltre che dei greci che, com’è noto, sanno solo mangiare a sbafo. L’austerity (perché non chiamarla, a questo punto, “Sparpolitik”?) che tarpa le ali al gallinaccio europeo reca impresso il marchio della Germania, una Germania che - miope, egoista ed arrogante - non sente ragioni. Federico Rampini, autorevole inviato di Repubblica negli USA, lo va ripetendo da un pezzo: “L’Eurozona è una sorta di buco nero nella crescita mondiale (…) visto dagli USA quello che risalta è il peso decisivo della Germania nell’imporre a tutto il resto d’Europa una disciplina dell’austerità che, per gli americani, è in questa fase dissennata (23 febbraio)”.
ATTENTI AL LUPO O ALLA PECORELLA?
Di questi tempi la violenza è protagonista, specialmente in Valsusa, e di essa si parla molto sui giornali e in tivù, ma quasi sempre (deliberatamente) a sproposito. In verità, mentre pietre e manganelli ci vedono benissimo, i discorsi di politici, giornalisti e commentatori sembrano affetti da un curioso strabismo: ad una delle parti in campo (i NO TAV) non viene condonato nulla; l’altra, invece, gode di una curiosa indulgenza, che, in certe evenienze, si muta in sostegno aperto e incondizionato. Ultimo aggiornamento (Lunedì 12 Marzo 2012 13:21)
L'INTOLLERANTE
“ Non sono tipo da facili arrabbiature, ma ci sono cose che non tollero” dichiara il Veltroni, offeso, a suo dire, dal fatto di essere stato definito esponente di “una destra colta ed in loden” da Vendola. Peccato che il lato duro, volitivo, addirittura intollerante, del Walter, del quale sinceramente sino ad adesso non se n’era accorto nessuno, ricordate la grinta con la quale condusse la campagna elettorale contro Berlusconi ? emerga non quando si attacca l’art. 18, non quando un intero popolo, quello greco, viene ridotto alla miseria, ma quando egli viene definito “uomo di destra”cosa questa sicura come la morte, le tasse, ed il fatto che quanto prima figuri come lui ed il Renzi fanno “outing” e, dichiarando il loro amore per il liberalismo ed il mercato, vanno a candidarsi nelle fila del PDL tanto meglio è. Il fatto che per una volta “ il Rivale” D’Alema solidarizzi con lui ne è la riprova. Ed è la prova che con questo PD in salsa centrista non si va da nessuna parte. Per vincere, per dare speranza ai lavoratori c’è bisogno di sinistra . Vera.
OMAGGIO ALLA VAL DI SUSA
Torniamo, dopo una breve pausa, a parlare di monti: ma veri, stavolta, in legno e roccia. Situata all’estremo occidente d’Italia (e della provincia di Torino), la Val di Susa è attraversata dalla Dora Riparia, affluente di sinistra del fiume Po, e presenta rilievi che superano i tremila metri. Abitata da 120 mila persone circa, in parte ancor dedite alle attività tradizionali, la valle è sempre stata luogo di transito: di qua sembra sia passato Annibale, prima di dilagare, con torme di elefanti, nella Pianura Padana, ed anche i soldati napoleonici calpestarono, marciando, i suoi sentieri. Crocevia di genti e di scambi, quindi, sin da epoche remote: a partire dall’Ottocento, in Valsusa, ha fatto la sua comparsa il treno, che attraverso il Traforo del Frejus trasporta merci e passeggeri da e per la Francia.
IL LATO UMANO DEL GOVERNO ?
Dopo la massiccia offensiva mediatica contro l’art. 18 che ha visto schierati in campo l’OCSE, il Draghi, secondo il quale poi lo stato sociale è morto, cosa che evidentemente rientra nei desiderata dello stesso, mai lapsus fu più freudiano, il Ministro Fornero ci informa che le retribuzioni dei lavoratori dipendenti italiani sono le più basse d’Europa. Che l’ottanta per cento di quello che guadagna un lavoratore dipendente è assorbito dalle necessità primarie. Che bisogna "scardinare" questa situazione per far ripartire l’economia. Ma come mai chi il giorno prima auspica di poter licenziare il giorno dopo si preoccupa amorevolmente delle scarse prebende dei lavoratori ? Esiste un lato umano anche nella Fornero ? Poco probabile. Molto più probabile che si cerchi di far passare l’idea che i lavoratori degli altri paesi d’Europa guadagnano di più in quanto non hanno la tutela dell’art. 18. Più flessibilità eguale più guadagno ! La colpa dei mancati guadagni ricadrebbe così sui lavoratori stessi e sulle organizzazioni sindacali che si ostinano a voler difendere l’indifendibile. Lavoratori, memore del motto: " Timeo Danaos et dona ferentes" e della caduta di Troia che non vi si adeguò vi invito a non cadere nel tranello. Non ci sarà nessun maggior guadagno per chi sarà licenziato. E nemmeno per chi rimasto al lavoro sotto ricatto non potrà rivendicare alcunché . La Grecia, con i roghi che si innalzano dalle pire funebri della sua Democrazia sta lì ad insegnarlo.
Luca Odoni L'OMELIA DEL BOCCONIANO
Trieste: un pomeriggio di sole e poi di stelle, una sala stracolma, da destare invidia. Dulcis in fundo: un giovane professore della Bocconi, per niente “sfigato”.
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